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Rhêmes Notre Dame: Quarta Tappa

La vita è strana. Chiede atti di fede. Inizialmente, quando si accorge che non hai nulla da perdere, e accetti la scommessa di fidarti, ti fa capitare cose, ti instilla il dubbio che la felicità esista e, soprattutto, la si possa raggiungere. Silvia è un bel regalo della vita. Mi godo ogni momento. Si è offerta di accompagnarmi a Rhêmes Notre Dame, un piccolo paesino della Valle d’Aosta.

Un gruppo godereccio ha prenotato all’Hotel Grande Rousse, vogliono sciare, fare fondo, camminare e, la sera, musica. Questa volta mi hanno travato tramite un servizio nuovo, via Internet. Chi ha bisogno di un gruppo, semplicemente scrive cosa cerca. Il servizio distribuisce le richieste ed i musicisti interessati alla zona ed al genere o i generi richiesti rispondono al locale. Facile e funziona. Una ottima occasione per chi come me vuole farsi conoscere e trovare occasioni e per chi, come i locali, cercano gruppi nuovi e risparmiare. Dal Grand Rousse hanno scritto. Cercano gruppi o musicisti blues, uno per sera, per una settimana, subito. Ho ricevuto la loro richiesta tramite il servizio, ho risposto subito. Un link ai miei video su Youtube, la mia disponibilità, il mio prezzo. In mezz’ora mi hanno confermato.

Rhêmes Notre DameDormiremo anche noi al Grande Rousse. Ci mettiamo in viaggio per Rhêmes Notre Dame, ci vorranno 7 ore circa, ma con Silvia il viaggio è sempre una bellissima avventura. Aveva frequentato l’Università per qualche anno con scarsa fortuna. O forse con molta fortuna. Psicologia, Scienze Politiche, Lettere, poi, durante una lezione, un professore particolarmente curioso, chiese ai ragazzi, cosa avrebbero voluto per essere felici. Mai domanda fu più importante per Silvia.

Non tanto per la risposta che si diede, quanto per il fatto che realizzò di non averne una. Non ci aveva mai pensato realmente, studiava, lavorava per mantenersi agli studi, tutto secondo le regole. Io conosco bene quella sensazione.

Aveva cominciato a pensare alla felicità, a cosa volesse dire per lei, ed alla vera facoltà che avrebbe voluto frequentare. Voleva prendere una laurea, ma non un qualsiasi. Occorreva cercare la facoltà giusta, ma non riusciva a trovarla. Ingegneria per fare l’ingegnere, architettura per fare l’architetto, lettere per fare la professoressa. Più guardava i corsi di laurea e più si accorgeva che si studiava per fare qualcosa, per diventare qualcosa, per esercitare una professione. Silvia voleva un corso di studi che le insegnasse ad essere felice. Non voleva studiare per fare, ma voleva studiare per essere. Non sapeva a priori se lo studio del motore a scoppio per diventare agronoma avrebbe potuto essere utile per essere felice. Avrebbe potuto essere utile per fare il meccanico ed aggiustare un trattore, ma non sapeva se aggiustare un trattore sarebbe stata la sua strada per la felicità. Voleva un corso di studi che la aiutasse a guardarsi dentro, che le desse gli strumenti per capire cosa le occorreva per essere felice.

Aveva ormai realizzato che non voleva iscriversi alla facoltà di chissàchecosa, voleva iscriversi all’UNIVERSITA’. Voleva una Università e non decine di facoltà. Una Università dove potesse fare un periodo tarato sui suoi tempi per trovare la strada e poi, mettere nel suo carrello virtuale i corsi che sarebbero serviti, fatti online, da non importa quale posto. Non le importava neanche la laurea di carta. Essere felice sarebbe stata la sua laurea. Una volta laureata e soprattutto felice, sarebbe stata a disposizione per fare il tutor, e come lei, tutti gli altri, in una sorta di immane epidemia. Non voleva subire un professore, voleva poter votare chi le avrebbe insegnato, poter scegliere tra i docenti più votati. Non le importava del loro QI, voleva vedere solo il loro QF, il quoziente di felicità. Non ci sarebbero stati esami a cui prepararsi o barare, la sua serenità sarebbe stata il voto sul libretto che non c’era, perchè non le sarebbe servito. La sua tesi sarebbe consistita nell’invitare, se lo avessero voluto, docenti ed amici a passare un periodo con lei, voleva che si rendessero conto che quanto avevano fatto per insegnarle qualcosa l’aveva resa felice. Non ci sarebbe stato nulla da discutere, solo da godere di quei momenti. Alla sua tesi non sarebbero stati loro a dare un voto a lei, ma sarebbe stata lei a dare un ringraziamento a loro. Loro avrebbero potuto gioire del numero di tesi cui avessero partecipato, sarebbe stato quello il loro curriculum, quante persone avessero reso felici. Silvia sarebbe stata solo una di quelle.

Siamo più simili di quanto pensassi, e siamo arrivati a Rhêmes Notre Dame in un attimo. Il Grande Rousse è all’inizio del paese, attraversi la strada e sei sulle piste. Ci presentiamo. Prendiamo possesso della camera, l’accoglienza è da gente di montagna, semplicemente fantastica. Andiamo a fare un giro. Stradine strette, gente che ti saluta sorridendo anche se non ti conosce, e non perché sei un turista. Quelle facce rosse, bruciate dal freddo, quell’accento stranissimo e quelle montagne che parlano a chi sa ascoltare. Non è la mia lingua, io ho acqua di mare nelle vene, ma non c’è dubbio che parlino. Silvia le capisce e sorride, come sempre. Dopo alcuni minuti arriviamo alla pista baby. È piena, molto più delle altre. I bambini non hanno paura di cadere, né di fare brutta figura. Semplicemente ridono come dei matti quando sugli sci o sui bob si ribaltano mentre i genitori si preoccupano. Mi metto in fondo, vicino alla staccionata. “Snow blues” è il pezzo di apertura, mi sembra adeguata. Le persone iniziano a venire intorno. Un occhio è sempre ai figli, ma la musica è musica.

Dalla strada arriva una figura strana, anacronistica, un signore anziano, barba bianca, vestito d’altri tempi, con sci di legno, bastoni alla moda di 70 anni fa, maglione girocollo in lana. Entra sulla pista, si prepara. Chiude i lacci in cuoio, va verso lo skilift. Attende il suo turno e una volta inforcato il minuscolo seggiolino inizia la salita. Lo guardano tutti dentro i loro abbigliamenti griffati. Arrivato in cima, inizia la discesa. Gli sci sono parte di lui, è fantastico da vedere. Arrivato in fondo, risale per un altro giro. Questa volta, si ferma quasi subito. Un bambino è sdraiato. Lo aiuta. Gesticola e gli spiega. Lo affianca. Fa due curve con lui, poi riparte. Non è un maestro né un istruttore, è “ ‘l grand”. Lo conoscono tutti a Rhêmes Notre Dame, è una persona speciale. Non frequenta le piste ordinarie, va solo alla baby, con quel sorriso invisibile sotto i baffi e la barba, che senti ma non vedi. La sua attrezzatura di altri tempi è importante. In fondo non siamo così diversi. Facciamo cose strane, gratuite, diamo serenità per il semplice gusto di darla, o forse, semplicemente, perché ci fa stare bene. E questo atteggiamento provoca spesso diffidenza che resta tale per chi decide di fermarsi.

“A scatola chiusa compro solo Arrigoni” recitava uno spot di Carosello tanti anni fa. Adesso si prende spesso la scatola chiusa, ci si ferma all’etichetta senza guardare dentro. Manca il tempo o manca la voglia. La scatola chiusa, anche se costosa, è facile, salvo poi lamentarsi. Funziona così un po’ dovunque. Penso anche al servizio Internet che mi ha permesso di essere qui. E’ sempre più facile affidarsi ad agenti ed intermediari. Fanno bene il loro mestiere, ma sono costosi. Perché non provare questo sistema da affiancare ai tradizionali? Basta aprire la scatola e non fermarsi all’etichetta. Ci vuole solo un po di coraggio, ma neanche troppo. Come per ‘l grand, aprire le scatole, riserva talvolta sorprese interessanti. Silvia è sempre lì, a respirarmi. Abbiamo aperto le rispettive scatole. Stiamo apprezzando il contenuto giorno dopo giorno.

Rhêmes Notre Dame è un piccolo paese nelle montagne, con poca gente ma pieno di persone. Stasera suono al Grand Rousse, ma domani torno alla pista baby, mi fermo un giorno in più. Mi piacerebbe avere l’occasione di fare due chiacchiere con ‘l grand. Probabilmente bastano anche due sguardi. Talvolta le parole non servono e creano confusione, come dice spesso il Piccolo Principe.

Sono curioso di vedere dove sarà la prossima data!

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