Arte a Orta: Fondazione Antonio e Carmela Calderara

 

Arte a Orta

Sulla sponda orientale del Lago d’Orta batte un cuore astratto. Arte a Orta è la risposta contemporanea alla spiritualità del Sacro Monte di Orta, immerso in una fitta riserva naturale d’alberi centenari. Un paesaggio fiabesco che inghiotte anche la Fondazione Calderara di Vacciago. Tre piani di arte e silenzio ospitata in una casa seicentesca, una facciata aperta da tre ordini di archi e colonne in granito, portici di un antico granaio che racchiude un cortile costellato di sculture a cielo aperto.

Per arrivarci bisogna serpeggiare fra le strade del paese, imboccare un vicolo, varcare una porticina di legno e seguire, con testa bassa per non picchiare sul soffitto, una scala stretta che sbuca nel mezzo di questo paradiso protetto. Appena entrati, la storia di come proprio qui sia nata una collezione di opere dell’avanguardia internazionale (327 pezzi fra pittura e scultura, da fare invidia al Museo del Novecento) è subito chiara. Una foto di Ugo Mulas ritrae l’artista Antonio Calderara (1903-1978) e sua moglie Carmela all’inizio del percorso. Belli tutti e due. Antonio, zazzera bianca e baffoni risorgimentali, vestiva come un lord ma dipingeva come un minimalista americano degli anni Sessanta. Lei, collo lunghissimo e occhi da cerbiatta, posava per il marito già nei dipinti figurativi degli anni Trenta. Creatura sospesa ed eterea, modello di una rarefazione che, a metà del secolo, avrebbe spinto Calderara ad annullare sulle tele ogni realtà visibile per rifuggire nel colore puro e le forme perfette (anche a causa della morte precoce della figlia Gabriella). Arte a Orta conta una sessantina di pezzi suoi, distillati nelle stanze della Fondazione che dagli anni Ottanta ne conserva le opere. Inoltre, la Fondazione conserva opere di artisti italiani e stranieri (133 autori di 271 lavori) che strinsero con lui un legame sincero.

Prima a Milano, dove facevano tappa nel suo studio di via Arpesani condiviso con Hsiao Chin, maestro cinese dell’astrazione. Poi a Vacciago che, durante la guerra, diventò sua dimora stabile frequentata da Raffaello Giolli, critico dell’arte reduce dal confino fascista e costretto al domicilio coatto. Più avanti, dai colleghi che lo raggiungevano fra i boschi o lo ospitavano in giro per l’Europa come Sonia DelaunayYves Kline, Max Bill e Victor Vasarely, signore ungherese dell’Optical Art. O Lucio Fontana che gli dedicò un taglio, scrivendoci sotto in dialetto «Ciao barbisin de Milan!». Un piccolo pezzo affettuoso da allora appeso accanto a opere di Dadamaino, Gianni Colombo, Dorazio o Manzoni, di cui Caldera amava l’estro trasgressivo. E fu fra i primi ad assicurarsi, scambiandoli con dipinti suoi (prassi che divenne regola) una scatoletta di merda d’artista, due tubi di linee e il celebre uovo con l’impronta digitale. Amici oltre che artisti che animarono una specie di circolo ellenico a picco sul lago, ancora oggi vivo nel ricordo di questa avventura.

Chiara Gatti, critico di Repubblica

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