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Sanremo: Inizia il Viaggio

Sanremo

Pensi di vedere il mare ed invece è buio, solo gallerie. Da San Lorenzo, improvvisamente, il treno curva a destra e si infila nei monti, fino a Sanremo. Anche la stazione è sotto una collina, come un bunker. Scendo dal vagone e prendo i tapis roulant. Ce ne sono molti prima dell’uscita. È un arrivo surreale. Dopo 15 minuti di camminata, finalmente il sole, ma ancora niente fiori nella città dei fiori. Mi accoglie una libecciata. E’ uno di quei giorni dove tutto si piega alla forza del vento impetuoso che pulisce l’aria e trasporta il mare fin dove non potrebbe arrivare. Il profumo della salsedine è ovunque. Respiro a pieni polmoni. Entra dal naso e pervade tutto. A volte non serve vedere il mare per sapere che c’è. Quel profumo è mare senza mare.

Sono a Sanremo, faccio musica per la strada, da oggi, e la prima tappa è il Teatro Ariston. È famoso per il Festival, e dà su via Matteotti, la “vasca” per i sanremaschi. Dai lati, la pendenza del terreno porta al centro della strada, dove tante piastrelle in ottone, messe in fila per tutta la sua lunghezza, hanno incise date e vincitori di tutte le edizioni. Nulla invece che ricordi il “Tenco”, come lo chiamano qui. Ad ottobre, qualche giorno di musica grandissima per un premio alla canzone d’autore che dura da decenni. La mia musica. Il Club Tenco è un mondo a parte, come lo era Amilcare Rambaldi, un uomo senza tempo che inventò il Festival della Canzone Italiana, e, dopo il suicidio di Luigi Tenco, ne creò un altro, alternativo, di immensa qualità, e lo realizzò a modo suo.

È marzo, ma qui non sanno cosa sia davvero l’inverno. Si cammina in maniche di camicia. Rondò Garibaldi, Corso Garibaldi, Piazza Colombo, Via Matteotti e finalmente l’Ariston. No, Luigi non gareggiò qui prima di uccidersi al Savoy, a quel tempo la competizione si svolgeva al Casinò, struttura splendida a due passi dalla Chiesa Russa, ma sono qui davanti. È isola pedonale, la via centrale di Sanremo piena di negozi e bar. Posso finalmente salutare Sanremo a modo mio. Questa sera suono all’Aighesè. Quello è lavoro. Adesso resto qui fuori, guardo le persone che passano, mi siedo sul lato di un vaso di fiori, indosso la mia fender acustica, la accordo in poco tempo, metto il bottleneck all’anulare. Inizio con “vigilant man”. Le persone che mi passano intorno, guardano incuriosite. Sono abituate agli artisti di strada che chiedono un’elemosina o vendono dischi prodotti in proprio. Non vedono nulla, ne contenitori dove mettere le offerte, ne cd. Non c’è nulla. Non sono qui per farmi pagare, sono qui per iniziare la mia strada. Sono nato in questi luoghi, ho vissuto e lavorato, amato e sofferto, ma ho amato senza ritegno, ho sangue salato nelle vene. Poi, un giorno, sono andato via. Torno ogni tanto a salutare un amico, il mare, mi piace ascoltare cosa mi dice. Una volta parlò più forte delle altre, fino a farmi capire. Il mare si muove in continuazione anche quando è fermo. Io sono stato immobile per molto tempo oppure ho girato a vuoto, è il momento di camminare davvero. Inizio da qui, dalla città dei fiori senza fiori, dal centro di gravità della musica italiana. Suono fuori dal teatro, non dentro, ma poco importa.

Il mare quel giorno mi chiese se sono felice. Mi chiese cosa voglio per esserlo. Non avevo una risposta. In realtà non mi ero mai fatto neppure la domanda, l’unica che abbia veramente senso.

Sono stato un ingegnere per tanti anni, poi decisi di fare l’ingegnere. Differenza piccola ma sostanziale. Ora inizia una nuova avventura, il viaggio alla ricerca della mia felicità. Non mi basta più sopravvivere. Voglio vivere.

Le persone che vedo sono tristi, intrappolate nel quotidiano che spesso diventa rassicurante anche se pessimo, solo perché è prevedibile e, nei limiti, da l’illusione di essere controllabile. È peggio la paura del cambiamento e dell’incognito rispetto alla sicurezza dell’ordinario.

Non è un giudizio, non c’è un meglio o un peggio, c’è solo cosa ci rende felici o no, qualsiasi cosa sia. Non sorridono perché sono convinti che sia indispensabile un motivo. Non sorridono mai per il gusto di sorridere. Neppure io, ma è la prima cosa che voglio tornare a fare. C’è stato un tempo dove era così per tutti, poi lo abbiamo scordato. Adesso davanti all’Ariston, a suonare il mio blues, mi sento di sorridere, mi sento vivo. Sanremo è una città meravigliosa, piena di storia sconosciuta, di architetture casuali, di ville e di giardini, di persone ruvide e di persone straordinarie. Il viaggio inizia con un sorriso ed un blues. È un buon inizio.

Livigno, la seconda tappa

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